CIMA ALTA DI RIOBIANCO – Via Kugy

Lunedì 6 luglio: siamo in due, io e Lorenzo e, con questo caldo torrido, scartate tutte le ipotesi di vie anche minimamente esposte al sole, optiamo per la salita alla Cima Alta di Riobianco per la via Kugy (che poi è anche la normale).

Il piano è semplice: partenza pomeriggio tardo, avvicinamento col fresco della sera, pernottamento al bivacco Gorizia e salita la mattina presto quando non fa ancora molto caldo.

Detto fatto alle sei e un quarto siamo comodamente seduti su un tavolino fuori dall’Hotel Carnia sorseggiando un aperitivo, cosa che, personalemnte, pagherò circa un oretta più tardi mentre staremo camminando verso il Bruner…

Nonostante l’ora tarda, il caldo si fa sentire, e fatichiamo non poco a raggiungere il bivacco Gorizia, entrambi, con la promessa interiore che è sicuramente l’ultima volta che facciamo una faticaccia del genere. Comunque non abbiamo fretta e, tra mille soste per ammirare il panorama, bere e mangiare qualcosa, in poco meno di tre ore, raggiungiamo, ormai all’imbrunire, il bivacco. Anche se sono ormai molte volte che vedo questo posto continuo a pensare di trovarmi in uno dei più suggestivi angoli delle Giulie.

Dopo una cena rilassante in questo posto splendido ci facciamo un caffè caldo e ci mettiamo a dormire nel bivacchetto di legno, scelta che in poco tempo si rivelerà sbagliata, infatti nottetempo vengo svegliato dal mio collega che, con la frontale, incuriosito, stà illuminando un topolino intento a fare razzia delle nostre provviste. Visto che non riusciamo ad avere la meglio sul nostro ospite decidiamo di trasferirci nel bivacco rosso più in là, aprofittando per ammirare l’alta valle di Riobianco rischiarata dalla luna.

Questa volta abbiamo più fortuna e ci svegliamo comodamente alle sei e mezza per fare colazione. L’aria è fresca (si fa per dire) quindi prendiamo un po di materiale e, in una ventina di minuti, ci portiamo alla forcella di Riobianco e quindi all’attacco della via.

Parte lorenzo e poi ci alterniamo per un caminetto e una paretina di bella roccia articolata che ci portano ad una bella terrazza ghiaiosa, dove vediamo la sosta per la calata. Altri due tiri corti su un bel diedro con soste ottimamente attrezzate (l’ultima a spit), ed infine un bel tiro corto, ma esposto e su roccia magnifica, ci depositano sull’ultimo spuntone attrezzato dove finiscono le difficoltà. Da qua si seguono gli ometti e, per tracce, si raggiunge la bella cima con ometto e libro di vetta. Sono appena le nove del mattino per cui ci concediamo una bella sosta in cima. Il rientro è senza storia: cinque doppie, una lunga camminata in discesa nel caldo afoso, seguita da un gelido tuffo nel torrente, poco prima del ponte oltre al quale ci aspetta l’auto.

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cena al bivacco Gorizia

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il primo caminetto

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sulla terrazza

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verso il diedro

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ancora Lorenzo

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dalla terza sosta verso ilbasso

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verso la penultima sosta

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sulla penultima sosta

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in sosta

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l’ultima bella paretina

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verso l’uscita

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il bivacco dalla cima

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TORRE NUVIERNULLIS – via degli amici

Per la prima volta siamo in tre. Dopo numerose proposte più o meno attuabili, siamo infine indecisi tra la Creta Forata per la via Pathera, lo Zermula per la ferrata nord (che dovrebbe presentare ancora condizioni invernali) e la Torre Nuviernullis per la via degli amici, che, personalmente ho già fatto, ma è completamente esposta a sud.

Scartata la prima opzione per timore di trovare troppa neve al ritorno sulla normale, e la seconda per il rischio di trovare neve troppo molle dato il rialzo delle temperature, la Torre Nuviernullis ci sembra la soluzione migliore, anche perché ho il ricordo di una roccia stupenda che ripagava tranquillamente il lungo avvicinamento.

Detto fatto alle sette e mezza ci troviamo al Bar Carnia per cornetto a cappuccino pronti ad addentarci in Val Aupa fin dove l’auto ce lo consente e, in una bellissima mattinata, ci incamminiamo verso il Rifugio Grauzaria.

La camminata è gradevole, e presto gli alberi si diradano lasciandoci ammirare lo splendido paesaggio del gruppo della Creta Grauzaria con la Sfinge, imponente, in primo piano. Sorprendentemente troviamo aperto il rifugio, per cui approfittiamo per una pausa e quattro chiacchiere con il gestore prima di proseguire verso il Foran de la Gjaline, da dove dovremo già vedere la Torre e le condizioni di innevamento della parte a nord del percorso. Fortunatamente, la neve non sembra tanto abbondante da impensierirci, per cui proseguiamo abbastanza agevolmente verso la Forca Nuviernullis.

La giornata è rilassata e ci concediamo un’altra sosta tranquilla sulla forcella prima di aggirare la torre a sud per portarci all’attacco della via. A scanso di equivoci all’attacco si trova una scritta ormai sbiadita che dovrebbe indicare “via degli amici”, ma di cui ormai si legge solamente “via” ed il resto lo si intuisce, mentre il resto del percorso è bollinato in arancione.

La via promette subito bene: solare, non esposta e con roccia sana e articolata. Ci leghiamo in cordata, ripiegando in due una mezza corda e collegandola all’imbrago con un moschettone, così da rendere il primo di cordata variabile e i tiri più corti in modo non “discriminare” nessuno…

Quello che ci aspetta è un bel diedro appoggiato, seguito da una parte centrale della via che passa per un canalino di sfasciumi, a cui fa seguito un tratto su erba in cui praticamente si incrocia la normale di discesa (che passa qualche metro a sinistra). La nostra via prosegue invece verso una forcella a destra, da cui parte un altro caminetto che, presto, si trasforma in diedrino (entrambi di roccia stupenda) al termine dei quali, praticamente, “le difficoltà”, finiscono. Un ultimo tratto in cresta, cercando di evitare i mughi, deposita sulla bella cima.

Per una volta, ci concediamo una bella sosta lunga in cima senza stress prima di intraprendere la normale in discesa, il cui unico tratto impegantivo è un caminetto di II grado con un’ancoraggio abbastanza nuovo in cima per un’eventuale calata. Presto siamo alla base, recuperiamo il materiale che avevamo lasciato all’attacco, e ci incamminiamo in discesa (si fa per dire) verso il rifugio Grauzaria dove ci fermiamo a mangiare.

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il sentiero verso il Rifugio Grauzaria

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Alessandro verso la prima sosta

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ancora sul diedro iniziale

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quasi sulla rampa erbosa

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la discesa per la normale

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ancora in discesa

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TORRE BOTH – via normale

Con previsioni meteo più che buone, anzi, vista l’annata, diciamo pure fantastiche martedì 28 decidiamo di tentare la torre Both nel magnifico ambiente delle dolomiti friulane. Scegliamo di partire dal Rifugio Padova per evitarci un po’ di dislivello e, data la relativa vicinanza della meta, per una volta, decidiamo di partire molto rilassati, quindi ci troviamo alle sette nell’autogrill del Lisert. In meno di due ore siamo a Longarone, per cui, dato l’anticipo sulla tabella di marcia, cominciamo a pensare di poter prendere un caffè a Domegge; naturalmente il traffico che incontriamo tra Longarone e Domegge ci fa perdere tutto il tempo guadagnato per cui ci ritroviamo al Padova nelle consuete tre orette di auto e senza caffè e cornetto. Giornata ottima, freddo pungente ma non troppo, ci incamminiamo ben vestiti verso la Forcella Scodovacca che raggiungiamo in un oretta e tre quarti (quindi bene sui tempi di marcia). Senza sosta saliamo veloci verso la Tacca del Cridola fermandoci appena ci troviamo, finalmente, sotto i raggi del sole. Spuntino veloce ammirando le guglie e la forcella mezza innevata ripartiamo molto presto verso la tacca, che raggiungiamo in circa tre quarti d’ora. Poco sotto sulla destra si stacca un canale secondario che porta direttamente ad una forcella secondaria da cui parte la cengia che contorna la base della nostra torre. Già da questo punto si vede perfettamente la croce di vetta un centinaio di metri più in alto.

Contenti di essere ormai vicini alla meta, nonostante fossimo partiti molto tardi, percorriamo la cengia fino alla spalla dove troviamo un grosso ometto; data la comodità della posizione decidiamo quindi di tirare fuori amenicoli vari e legarci mentre ci godiamo la vista della Torre Cridola e del Campanile Irma. Traversiamo ancora un quindici metri per poi risalire un pendio di roccette miste a sfasciumi ma, per cercare roccia migliore, punto troppo a destra e mi ritrovo alla fine del canale-camino che separa le due cime. Non trovando segni di passaggio ripiego sui miei passi e torno dai compagni per dare un’occhiata alla relazione. Fortunatamente scendendo intravvedo uno dei pochi ometti che si trovano sulla via e risalgo, puntando stavolta a sinistra, fino alla base di un camino nei pressi della cresta. Raggiunto dai miei compagni cerchiamo di capire dove salire: il camino sembra più difficile del II della relazione, a sinistra oltre la cresta mi ritrovo in piena parete con difficoltà nettamente superiori, per cui decido di traversare a destra per un’esile cornicetta che permette di riportarsi sulla cresta superando un esile placchetta inclinata e ricoperta di ghiaino fino a sostare su un ottimo spuntone della cresta. Naturalmente qualche metro più sotto sopra il camino che abbiamo scartato vedo la sosta della via su un altro spuntone.. La via ora prosegue, per un tiro bellissimo traversando una cengetta in piena parete e salendo la placca finale ripida ma sana e articolata che porta direttamente sull’aerea cima. Data l’esiguità della vetta decidiamo, da galantuomini, di disporci come segue: Vanessa “comoda” sulla cima accanto alla croce, io e Lorenzo appesi come salami ai chiodi dell’ultima sosta.

E’ già tardi per cui decidiamo di non fermarci molto sulla cima e cominciamo presto a scendere con una prima doppia fino all’ultima sosta che abbiamo allestito noi (e lasciato), una seconda corta fino alla sosta che abbiamo visto all’andata di cui cambiamo il cordone con uno nostro più nuovo, ed un’ultima lunga fino alla cengia.

Segue uno splendido tramonto sulla forcella Scodovacca e i soliti birra e panino a Domegge…

La relazione di questa salita sul sito di Quartogrado

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Lorenzo e Vanessa in pausa..

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verso la tacca del cridola

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sempre verso la tacca

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sulla tacca con le indicazioni per il cridola

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la cengia che contorna la torre

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sulla spalla nei pressi dell’ometto

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si vede bene la croce di vetta

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bella vista sulla torre cridola

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la cengia che permette di raggiungere l’ultima paretina

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l’anticima e la torre cridola

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vista dalla cima

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Vanessa “comodamente” in cima

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io e Lorenzo appesi come salami..

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la targa sulla croce

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prima doppia

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ultima doppia sullo sfondo la torre berti

TORRE DELLA CRETA DI AIP – via normale

Come prima via in montagna con l’amico e collega Lorenzo scelgo una meta tranquilla e rilassata che, con Alessandro, avevamo in mente già da tempo; si tratta della via normale che porta alla Torre della Creta di Aip, via di cui non trovo nessuna informazione su internet e per cui mi affido alla sempre ottima guida De Rovere-Di Gallo. Le premesse sono buone: sveglia tranquilla, blando avvicinamento per la Val Dolce, posto di per sé rilassante, breve via di II grado, cima aerea e bella giornata con sole secondo le previsioni.

Partiamo quindi piuttosto tardi e in tutta comodità, sosta caffè a Paularo, dove il cielo sembra un po’ troppo nuvoloso, e ci dirigiamo verso il Passo Lanza che raggiungiamo in mezzo alle nuvole, nella nebbia più fitta. La seconda sorpresa ci aspetta fuori dall’auto quando siamo investiti da raffiche di vento gelido…

Per mia fortuna ho portato scaldacollo, guanti e berretto per cui, indossato quasi tutto quello che abbiamo nello zaino ci incamminiamo verso la Sella di Val Dolce senza grosse pretese per la giornata. Con calma raggiungiamo il canale che si incrocia con l’Alta Via CAI Pontebba che dovrebbe essere poco distante dall’attacco della via. Riconosco il canale solamente perché l’avevo già addocchiato durante un’uscita precedente; la Creta di Aip, infatti, è rimasta avvolta dalle nuvole tutto il giorno. Risaliamo, passiamo sotto la galleria naturale e, finalmente, appaiono i segni dell’alta via.

Come da relazione proseguiamo a sinistra e incrociamo un ulteriore canale sbarrato da un salto di roccia. Per quel poco che riusciamo a vedere sopra sembra fattibile per cui decidiamo di andare a vedere. Saliamo senza legarci una specie di diedrino verticale e un breve pendio di roccette marce più delicate che difficili fino ad una forcellina dove decidiamo di legarci. Continuando a vagare alla cieca aggiro un torrione sulla sinistra poiché mi sembra di intuire la famosa rampa più in là, ma mi convinco subito che non siamo sulla strada giusta per cui sosto sulla parete all’attacco di un canale-rampa invitante che sale verso sinistra. Saliamo la rampetta di roccia mediocre fino a dove si interrompe. Passo il comando della cordata a Lorenzo che sale le belle rocce a destra e sosta più in alto finalmente accanto ad un grosso ometto sulla rampa vera e propria. Ormai convinti di essere sulla strada giusta partiamo di slancio sulla rampa, ora di bella roccia compatta, trovando addirittura un chiodo e arriviamo fino sull’aerea forcella di cresta tra raffiche di vento e temperature decisamente basse. La cresta è più spettacolare che difficile per cui proseguiamo agevolmente fino ad un’ulteriore forcellina con un salto di roccia ed una sosta su due chiodi e, da la, direttamente sulla cima.

Visibilità nulla e vento forte ci fanno restare in cima pochissimo per cui ripercorriamo con cautela tutta la cresta, assicurandoci in qualche punto, scendiamo in libera l’ultimo tratto della rampa fino al chiodo, ne piantiamo ancora uno per sicurezza (offre Lorenzo), e ci caliamo in doppia fino alla sosta con ometto. Cordone su spuntone e altra doppia fino a metà della rampetta iniziale. Da qua disarrampichiamo e scendiamo camminando aggirando il torrione di prima dalla parte opposta (più facile) fino alla prima sosta sulla forcellina. Da qua notiamo, durante una delle rare schiarite, la possibilità di calarci dalla parte opposta per incrociare l’alta via più avanti per cui andiamo da quella parte; tuttavia, dopo aver finito la corda, mi ritrovo su uno spiazzo di ghiaia con sotto una paretina, nessuna traccia delle segnalazioni e nebbia di nuovo fitta. Quando ormai mi sono rassegnato a risalire, un’altra provvidenziale schiarita mi fa vedere i segni più sotto e il solito canalino franoso a sinistra che permette di arrivarci; Lorenzo nota che da là scende un bel ghiaione senza salti di roccia, che arriva, probabilmente, fino al sentiero sottostante. Detto fatto ci caliamo e insieme “scivoliamo” velocemente su ghiaie fino al sentiero, che avvistiamo quando ormai non siamo che a pochi metri.

Un’oretta dopo siamo al passo Lanza con birra e panino davanti.

La relazione di questa salita sul sito di Quartogrado

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con Lorenzo nei pressi della cima

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la cresta verso la forcella

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la cresta verso la cima (nella nebbia si nota l’ometto..)

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……..

MANGART – ferrata Italiana

Dopo un’estate dal meteo disastroso finalmente giovedì sembra si prospetti una bella giornata di (quasi) sole per cui prendiamo la palla al balzo e ci dirigiamo verso il Mangart, meta “ferrata Italiana”. Naturalmente quando arriviamo verso Udine il cielo è già nuvoloso e, lasciata l’auto nei pressi del rifugio sloveno, fatichiamo quasi a trovare l’attacco dato che la visibilità media è di circa un metro..

A parte questo la ferrata è logica e ben protetta per cui ci godiamo una bella giornata.

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con Lorenzo e Vanessa sullo sfondo la parete dove sale la ferrata

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Cima Both (04/08/2014): quarto grado inatteso

Tra meteo ostile e impegni vari sono passati quasi due mesi dall’ultima cima, quindi siamo fuori allenamento; ammesso e non concesso di essere mai stati allenati. Consci di ciò, partiamo alle 4 per attraversare la sbarra della strada di accesso alla val Cimoliana prima delle che scatti il pedaggio, che ad agosto si paga tutti i giorni dalle 7 alle 16. Arriviamo al rifugio Pordenone quando chi ha dormito là ha appena cominciato a fare colazione. Dopo esserci consultati col gestore del rifugio su meteo e sentieri ed esserci (parzialmente) svegliati con un caffé doppio, cominciamo a risalire il sentiero 353 che porta al bivacco Perugini. Quando arriviamo sotto al Campanile di Val Montanaia vediamo che ci sono già due cordate che stanno salendo. In effetti la maggior parte delle persone che passano per questi luoghi sono escursionisti in transito da un rifugio all’altro o alpinisti che ambiscono ad effettuare la salita più famosa di tutte le Dolomiti Friulane. Poi ci sono quelli che sono abbastanza masochisti da infliggersi 1300 metri di dislivello per trascorrere 5 minuti sulla cima di una montagna ignota ai più: eccoci quindi in marcia attraverso la Val Montanaia con l’obbiettivo di salire cima Both. Le alternative possibili sono due: la via normale che parte dalla Forcella del Campanile e risale le creste ed i canali SW o la via Koegel-Both che attacca da Forcella Montanaia e sale dal versante ENE. Molto marcia la prima, più difficile, ma nemmeno tanto la seconda; questa perlomeno è l’idea che ci siamo fatti leggendo le relazioni che si trovano in giro. Arrivati al bivio optiamo per salire lungo la Koegel Both e ridiscendere per la normale. Verso le 10:30, guidati dagli ometti, saliamo sullo zoccolo e attacchiamo il canale di sfasciumi che ci porta sulla prima cengia. Qui un cordone abbandonato ci suggerisce che ci si può calare in doppia per evitare la discesa su terreno franoso. O almeno si potrebbe avendo a disposizione due mezze corde, ma noi ne abbiamo solo una da 50m. Comunque il cordone torna utile per assicurare la traversata che con un passaggio di II ci porta ad una cengetta “pedonale” che percorriamo fino in fondo dove sostiamo su un grosso spuntone alla base di una rampetta di II, esposta ma di roccia sorprendentemente sana e che sbuca su un’ampia terrazza dove individuiamo una sosta con due chiodi e due cordoni nuovi. Probabilmente li hanno lasciati gli alpinisti che sono saliti il mese scorso. Segue il tiro chiave: Koegel e Both salirono per il canale di II-III grado che parte dall’estremità destra della terrazza, i salitori della relazione che abbiamo per le mani invece sono andati a sinistra passando per la fessura che dovrebbe essere di III+… che ci sembra molto ottimistico dato che per qualche metro mani e piedi incontrano solo tacchette e prese svase. Comunque passiamo e dopo qualche metro di arrampicata agevole siamo sopra lo sbocco del caminetto, piacevolmente assicurati ad un’altra sosta di due chiodi e cordoni nuovi. Questa via ci sta viziando, di solito non siamo abituati a tanta abbondanza. “Veramente complimenti: io non l’avrei fatto” “Ok grazie ma sbrighiamoci che arriva il brutto tempo” Infatti da dietro la Cima di Forcella Montanaia fanno capolino delle nuvole nere e si sentono dei brontolii poco tranquillizzanti. Proseguiamo per una decina di metri verso destra, I e II tra saliscendi e sfasciumi. Pochi metri di III e sostiamo su un chiodo singolo, arrugginito e pieno di vecchi cordini, ma appunto per questo sicuro: se fosse stato poco solido non sarebbe rimasto lì così a lungo. Continuando a traversare lungo il versante nord compaiono prima una forcelletta detritica e, una decina di metri più in alto, un macigno con una fettuccia bianca: sicuramente la cima, ancora pochi metri e ci siamo. Fortunatamente si cammina perché le rocce sono molto frantumate dal gelo (e dai fulmini). Sbuchiamo infine in cima: è un lastrone piatto e compatto con un cumulo di pietre in fondo. Il “libro” di vetta ci dice che per quest’anno gli unici che ci hanno preceduto sono due alpinisti sloveni. Forse qualcun altro è stato qua ma per il momento la nostra è la prima e unica ascensione italiana del 2014 per la quale si abbiano prove documentali :-). Di nuovo però non c’è tempo per gioire perché è tardi, i brontolii continuano e dobbiamo ancora individuare la via di discesa. Purtoppo di canali che scendono dalla cima ce ne sono svariati e sembrano tutti decisamente marci. “E se scendessimo per la via dalla quale siamo saliti? Almeno la conosciamo e le calate sono quasi tutte attrezzate” “Sicuramente è più divertente scendere in doppia che perdersi in un canale marcio. Andiamo.” Scendiamo con cautela per gli sfasciumi fino a riguadagnare il chiodo. “Io ne pianterei un’altro” “Secondo me tiene. Mi calo per primo disarrampicando.” Fortunatamente i fatti ci danno ragione, anche perché continuare a scendere senza compagno e senza corda non sarebbe stato piacevole per il sopravvissuto. Alla seconda doppia avviene l’ultima cosa che avremmo voluto che capitasse: entrambi i rami della corda si incastrano da subito. Tira, niente. Fai saltare, niente. Tocca risalire la corda col Prusik in vita. Fortunatamente sono pochi metri e Riccardo è leggero. Però in queste occasioni sarebbe una buona idea avere il T-Block in zaino. Lezione imparata, per quello che pesa dalla prossima volta ce lo porteremo dietro come dotazione standard. Per il momento è andata bene, le corde si erano impigliate ma non in maniera irreparabile. Un’ultima doppia e siamo alla prima cengia. Discendere il canalino di salità è questione di pazienza e prudenza non certo di abilità. Del resto ormai non abbiamo fretta: se anche si mettesse a piovere arriveremmo fradici al bivacco Perugini, ma niente di più. O meglio, fretta ce l’abbiamo, ma solo perché sentiamo che ci siamo meritati una birra e un panino, ma entrambi dobbiamo passare a ritirarli al rifugio Pordenone, 1100 metri più in basso.

La relazione di questa salita sul sito di Quarto Grado

Il Campanile visto dalla Forcella Montanaia

Il Campanile visto dalla Forcella Montanaia

Riccardo recupera dalla sosta in cima al penultimo tiro

Riccardo recupera dalla sosta in cima al penultimo tiro

Di nuovo il Campanile, stavolta dalla Cima Both

Di nuovo il Campanile, stavolta dalla Cima Both

Riccardo in calata dalla sosta sopra il quarto tiro

Riccardo in calata dalla sosta sopra il quarto tiro

Da sinistra a destra: il Cridola, la Torre Both, la Torre Cridola e la Scala Grande.

Sccendendo gli ultimi metri del canale

Sccendendo gli ultimi metri del canale

La via vista dalla Forcella Montanaia

La via vista dalla Forcella Montanaia

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CIMA EMILIA via normale

Passo a prendere Alessandro alle 5:00 di mattina ignaro che ci vorranno circa 3 ore di macchina per raggiungere il Rifugio Pordenone e convinto che la nostra meta sarà la vicina Cima Montanaia. In realtà avevamo altri progetti per la giornata, che prevedevano la partenza dal Rifugio Padova ma, date le pessime previsioni meteo, abbiamo optato per questa cima convinti di arrivare al Pordenone in due orette..

Dopo mezz’oretta di auto ci rendiamo subito conto che le previsioni meteo sono state ottimistiche e comincio a tentare Alessandro sulla possibilità di bere caffè e tornarcene a casa a dormire, ma dato che è irremovibile, proseguiamo ugualmente, mentre il cielo è sempre più cupo.

Caffè poco prima di Spilimbergo e via verso Cimolais mentre sono costretto ad azionare il tergicristalli, lasciato immobile fino a quel momento per non ammettere che pioviggina.

Montereale, Barcis, Claut, Cimolais e, finalemnte, dopo più di due ore e mezza, arriviamo, immersi nella nebbia, in un ambiente che sembra spettrale, all’ingresso della stradina a pedaggio che porta al rifugio. Naturalmente manca poco alle otto quindi si paga, ma neanche questo ferma Alessandro che sborsa all’isatnte i sei euro mentre “lancio” il pandino verso il rifugio. Quasi arrivati al parcheggio con un ritardo epico sulla tabella di marcia, ed un tempo infame, l’auto decide di spegnersi e ci costringe a dieci minuti di imprecazioni prima di rimettersi in moto; decidiamo quindi di posteggiarla in salita in modo da “facilitarne” la messa in moto al ritorno, ma quando tento la retro per metterla meglio, si rispegne, e stavolta non c’è verso di accenderla tanto è ingolfata. Parcheggiamo quindi a spinta e ci dirigiamo in rifugio a prendere un caffè sconsolati.

Chiacchierando col gestore del rifugio veniamo a sapere che un gruppo del CAI, il giorno prima, è stato sulla Cima Emilia che dovrebbe essere sgombra da neve, mentre non sa nulla della cima che vogliamo scalare, per cui, nonostante l’ora, decidiamo che forse un tentativo si può fare, a condizione di rimettere l’auto in moto per assicurarci un ritorno ad ore ragionevoli la sera. Fortunatamente il pandino collabora e, zaino in spalla, ci incamminiamo faticosamente lungo la pietraia che contraddistingue la prima parte della salita al bivacco Perugini. Il tempo, per fortuna, sembra tenere e in meno di due ore siamo al bivacco dove incontriamo un simpatico gruppo di escursionisti che ci chiede dove siamo diretti. Scartata la Cima Montanaia a causa dell’abbondante neve per arrivare alla forcella e nel contempo maledicendoci per aver lasciato piccozza e ramponi a casa, optiamo per la Cima Emilia che sembra sgombra e appare ogni tanto tra le nebbie. Chiediamo se, gentilmente, passando per il rifugio possono avvisare il gestore delle nostre intenzioni e, contravvenendo alle indicazioni di uno del gruppo che ci sconsiglia vivamente di proseguire, ci dirigiamo veloci verso la Forcella Montanaia ravanando a tratti sulla neve scivolosa e a tratti sul ghiaione, per poi deviare sotto la cima Both per l’esile traccia che permette di guadagnare la Forcella del Campanile da dove inizia la salita. Naturalmente le nebbie ora coprono completamente la cima ma all’inizio il percorso sembra abbastanza logico e decidiamo di proseguire.

***

Avanziamo quindi per la crestina che collega la forcella alla cima in ambiente esposto e molto suggestivo anche per l’atmosfera tetra che ci avvolge. Tra saltini e tracce di sentiero superiamo una prima spaccatura, Alessandro saltando, io, meno coraggiosamente, arrampicando un metro in giù per risalire e, finalmente, arriviamo al famoso saltino in discesa (secondo la guida 6 m di I). In effetti è facile e, incredibilmente, le prese sono solide anche perché non ci sarebbe possibilità di fare una sicura per cui lo superiamo con cautela per ritrovarci poco dopo sulla cengia a metà parete. Seguiamo le tracce senza difficoltà fino a trovare la strada sbarrata da un muretto a secco di pietre che ci indica il punto dove bisogna attaccare le ripide rocce del canale sulla destra. Notiamo subito che in questo punto dalla cengia si stacca un canale ghiaioso che sembra facile e punta dritto al bivacco permettendo una ritirata eventuale rapidissima e consentendoci di guadagnare tempo al ritorno, per cui, sentendoci più comodi ci leghiamo e partiamo di conserva piazzando qualche ancoraggio più per la friabilità generale del primo pezzo che per l’effettiva difficoltà della salita. A metà del canale troviamo una sosta con cordone su masso che sembra recente e proseguiamo su roccia via via più appoggiata e migliore verso la “selletta di crosta fra tre gendarmi esterni e il corpo maggiore della montagna” Scavalcata la selletta ci spostiamo sull’altro versante, solamente la cengia che dovremmo percorrere è colma di neve e non vediamo tracce di passaggio. Convinti di essere stati preceduti il giorno prima cerchiamo di capire se è possibile passare da qualche altra parte ma, scartata questa soluzione, Alessandro allestisce una veloce sosta e parto tra neve e sfasciumi, superando la cengia ed il successivo canalino alla fine del quale scorgo di nuovo tracce e ometti ed un bel masso per fare sicura. Riuniti proseguiamo prima agevolmente, poi incastrandoci per un tratto nel corridoio formato dal successivo nevaio e la parete fino alla base di quello che Visentini definisce “canalino incassato”. Oggi, oltre che incassato, è pieno di neve e, senza piccozza e ramponi, rappresenta un problema.

Vogliamo provare a vedere cosa ci aspetta oltre anche perché dovremmo essere vicini alla vetta, per cui provo a passare per il muretto a sinistra che, dopo un saltino iniziale si appoggia; per fortuna gli appigli tengono e, senza troppa difficoltà, arrivo nei pressi dell’ultima sella sulla cresta. Per raggiungerla c’è ancora un tratto di neve, ma la pendenza è irrisoria e, dietro la sella, si vedono nuovamente gli ometti e la vicinissima cima.

L’unico problema resta piazzare un ancoraggio per calarsi perché arrampicare in discesa quest’ultimo tratto potrebbe rivelarsi fastidioso. Dopo molti tentativi e una martellata sul dito riesco a piantare due chiodi di cui uno dubbio e l’altro anche e, sperando che tengano, recupero il compagno. Qualche minuto dopo siamo assieme sull’aerea cima.

***

Foto a non finire, ammiriamo il panorama, bellissimo nonostante le nuvole, e, come sempre, ci rammarichiamo di non poter sostare più a lungo in questo splendido posto; dopo un quarto d’ora infatti cominciamo la discesa. Arrivati ai chiodi ne testiamo assieme la solidità e, usufruendo di altre due doppie per fare più veloci, siamo al canalone di prima e, per ghiaie e neve velocemente al bivacco.

La relazione di questa salita sul sito di Quarto Grado

la cresta dalla forcella del campanile

la cresta dalla forcella del campanile

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la cengia a metà parete

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il canale dopo la cengia

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libro di vetta

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panorama

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in discesa

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il tratto “ostico”

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tracce di sentiero

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la Cima Emilia sulla sinistra

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